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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

THE BALLAD OF ORIN (Hanare goze Orin, SHINODA Masahiro, 1977)

Speciale Kiki Kirin 

 

di Claudia Bertolé

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Orin, la musicista cieca protagonista del film, si sta riposando in un padiglione quando improvvisamente appare un’altra donna, minuta e sorridente. È anche lei una goze (artiste cieche itineranti votate alla castità): le due percepiscono all’istante un’affinità e da quel momento condivideranno un tratto di strada e di vita. La donnina affida a Orin il proprio bagaglio e corre a cantare per i contadini che hanno richiesto una sua performance. Il suo nome è Tama Ichise e il volto è quello di Kiki Kirin, che, se pur in un ruolo secondario, contribuisce con la sua interpretazione a dare vita a una figura femminile dai tratti non banali.

Nel Giappone di inizio XX secolo, Orin è una bambina cieca dalla nascita che viene abbandonata dalla madre in una casa di goze. È accolta nella comunità e una volta divenuta adulta si esibisce suonando lo shamisen e cantando durante le feste. In occasione di una di queste serate viene violentata da un cliente e di conseguenza espulsa dal gruppo. Inizia così a vagare da sola, intrattenendo rapporti con diversi uomini, fino all’incontro con Tsurukawa, un uomo dal passato non chiaro che decide di accompagnarla nelle sue peregrinazioni e di fornirle sostegno e protezione.

Shinoda Masahiro – autore della cosiddetta Nouvelle Vague giapponese degli anni Sessanta e Settanta, insieme a Ōshima Nagisa, Imamura Shōhei, Suzuki Seijun e altri, alla cui opera Sonatine ha dedicato diverse schede critiche, tra cui Pale Flower (Kawaita hana, 1964), Assassination (Ansatsu, 1964), Double Suicide (Shinjū ten no Amijima, 1969), Himiko (id., 1974) – si avvale della fotografia di Miyagawa Kazuo per realizzare un film stilisticamente molto raffinato, con una narrazione non lineare che si dipana tra flashback e ellissi. 

Al centro della vicenda c’è Orin, interpretata dalla moglie e musa del regista Iwashita Shima, il cui volto dal sorriso enigmatico si porge verso un mondo che non può vedere data la sua disabilità, enunciando un contrasto che visivamente il film acuisce affiancandole immagini di una natura grandiosa e indecifrabile, né ostile né amica: le onde del mare, la neve sulla costa, i campi smossi dal vento. Sono immagini che si contrappongono al buio dello sguardo della donna, un’oscurità che, come le dice anche l’anziana della casa delle goze, la preserva dall’orrore: «il Buddha ci ha reso cieche così non vediamo il male di questo mondo». È una distanza dal mondo esterno mitigata dalla voce della protagonista che racconta e dai gesti che rivolge alle persone attorno a lei: il desiderio di Orin si fa contatto con i corpi e allo stesso tempo con la natura – è trattenuta l’immagine di lei, dopo un amplesso, distesa in mezzo all’erba –, quello stesso ambiente naturale che sembra accoglierla e nel quale si fonde al termine del percorso terreno.  

Il destino è crudele con Orin e, similmente alle eroine dei film di Mizoguchi, la sua è una parabola di dolore e incomprensione in un mondo violento, ma nel percorso di outsider la sua disponibilità gentile attrae altre figure fuori dalle regole del sistema, che le sono affini e con le quali nascono legami profondi anche se temporanei. Una è senza dubbio Tsurukawa, il disertore che per amore arriverà ad aggredire un altro uomo che ha approfittato di lei. La seconda è Tama Ichise.

Il personaggio interpretato da Kiki Kirin appare nella seconda metà del film e una ventata di leggerezza e ironia entra in scena con lei. Le due donne, entrambe non vedenti, entrambe goze espulse dalla comunità, si intendono all’istante. Alla domanda di Orin se sia cieca la compagna risponde scherzando: «Posso vedere solo nei giorni di sole» e poi sparisce per andare a intrattenere dei contadini. 

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Intanto Orin viene raggiunta da un poliziotto che è sulle tracce di Tsurukawa, quando Tama Ichise torna al padiglione, lei e Orin se ne vanno insieme e la sequenza che segna la loro partenza suggella il sodalizio tra esseri affini, il legame di due sorelle d’animo in un mondo che non concede nulla a chi non corrisponde a ruoli predefiniti. Il movimento delle due prende avvio con uno sguardo in profondità, che le vede sfilare dietro due uomini impegnati in una danza (fig. 1), le segue inquadrandole tra zone d’ombra che ne lambiscono il percorso (fig. 2) e infine le lascia proseguire mentre un uomo (il poliziotto) le scruta dall’alto tenendole sotto controllo (fig. 3). 

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Fig. 1

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Fig. 2

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Fig. 3

Le due donne rimangono per un breve tempo insieme, non senza ulteriori dolori, come quando, così come era capitato alla protagonista bambina, una donna si presenta da loro con la nipote cieca e, al rifiuto di prendersi in carico la bambina (legittimo essendo entrambe goze solitarie) si suicida insieme alla piccola gettandosi da una scogliera. Il tempo con Tama Ichise, quasi una temporanea sorellanza, si tinge però soprattutto dei toni che quest’ultima infonde con la sua voce cantilenante, una velata ironia e l’innata simpatia del porsi, tratti che anticipano i personaggi di tanti film interpretati da Kiki Kirin negli anni successivi. Quando si separa dall’amica, perché quest’ultima si è ricongiunta a Tsurukawa, esce di scena con un ottimistico: «Orin, sii felice», prima di volgere il volto sorridente e sparire confondendosi tra la folla.

 

 

Titolo originale: はなれ瞽女おり (Hanare goze Orin)sceneggiatura: Hasebe Keiji, Shinoda Masahiro; regia: Shinoda Masahiro; fotografia: Miyagawa Kazuo; musica: Takemitsu Tōru; interpreti: Iwashita Shima (Orin), Harada Yoshio (Tsurukawa), Naraoka Tomoko (Teruyo), Abe Tōru (Bessho), Kiki Kirin (Tama Ichise), Hamamura Jun (Saito); produttori: Iizumi Seikichi, Iwashita Kiyoshi; prima uscita Giappone: 19 novembre 1977; durata: 109’.

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