KAKEKOMI (Kakekomi onna to kakedashi otoko, HARADA Masato, 2015)
Speciale Kiki Kirin
di Fabio Canessa

Jidai-geki ambientato nel tardo periodo Edo e incentrato sul tempio Tōkei-ji a Kamakura dove mogli maltrattate dai mariti potevano rifugiarsi e ottenere il divorzio prestando servizio per un periodo di almeno due anni. Un particolare spazio di emancipazione nel Giappone ancora feudale, raccontato con una coralità che esalta il tema della solidarietà femminile e con un implicito sguardo al presente per le riflessioni sempre attuali sui diritti delle donne e l’oppressione patriarcale.
Anno 1841. Jogo e O-Gin si incontrano sulla strada per il tempio Tōkei-ji nella speranza di essere accettate come kakekomi, donne in fuga, e ottenere la separazione dagli uomini a cui sono legati. La prima sta scappando da un marito che la maltratta e la sfrutta per il lavoro in una fonderia, la seconda non vuole più essere l’amante di un ricco mercante. Nel frattempo Shinjirō, aspirante medico e scrittore, dopo essersi messo nei guai a Edo cerca riparo nella locanda ai piedi del tempio gestita dalla zia Genbei che svolge il ruolo di mediatrice nei divorzi.
Mediatrice nei divorzi, per continuare il discorso dalla sinossi, che è interpretata da Kiki Kirin. Dopo la parte da co-protagonista in Chronicle of My Mother (Waga haha no ki, 2011) l’attrice torna a essere diretta da Harada Masato e anche se in questo caso il ruolo è secondario, la sua funzione narrativa è tutt’altro che marginale. In Genbei si possono tra l’altro rintracciare nitidamente alcune delle caratteristiche principali dei personaggi a cui ha dato vita nel corso della carriera.
Una figura materna, in questo caso non biologica, che accoglie donne in fuga da abusi; un’osservatrice degli eventi in apparenza distaccata, ma in fondo partecipe della loro sofferenza; un’anziana saggia e pragmatica che non disdegna l’ironia. Un personaggio costruito con la consueta recitazione naturalistica che amplifica l’innato carisma di Kiki Kirin, anche quando chiamata in causa in un numero di scene limitato.

La narrazione intreccia più storie, concentrandosi in particolare su quella di Jogo interpretata da Toda Erika. Simbolo di solidarietà per l’aiuto che dà alle altre kakekomi, è una figura femminile centrale nel discorso sull’affrancamento della donna, del percorso di consapevolezza e autodeterminazione che si compie nel tempio visto come oasi di libertà e luogo di rinascita. Dove Jogo trova anche il sostegno e l’amore di un uomo che per usare le sue parole: “Non è forte e tenace, ma è meraviglioso”.
È Shinjirō, a cui presta il volto l’attore Ōizumi Yō, che mostra empatia e comprensione per le donne maltrattate incarnando così il contrario della mascolinità tossica, violenta, rappresentata dagli uomini che non vogliono concedere il divorzio. Personaggio, a tratti farsesco, al quale sono affidate ampie pennellate di leggerezza che smorzano il tono drammatico del film.
Una scelta, quella di inserire elementi anche da commedia, che forse si poteva evitare per mantenere il racconto sui binari di una gravità imposta anche dai temi affrontati. A questo si aggiunge il peso che il protagonista maschile assume nel corso del film, depotenziando la prospettiva femminile più confacente alla storia. Sicuramente apprezzabile invece il lavoro di ricostruzione scenografica, per raccontare un periodo che coincide con le riforme Tenpō e un clima di austerità conservatrice di cui fecero le spese il teatro, la musica e la letteratura. E in questo contesto il Tōkei-ji assume anche il ruolo di baluardo della cultura, senza la quale non ci può essere libertà.
Titolo originale: 駆込み女と駆出し男 (Kakekomi onna to kakedashi otoko); regia e sceneggiatura: Harada Masato; soggetto: Inoue Hisashi; fotografia: Shibanushi Takahide; montaggio: Harada Yūjin; musica: Fūki Harumi; interpreti e personaggi: Toda Erika (Jogo), Mitsushima Hikari (Ogin), Ōizumi Yō (Shinjirō), Kiki Kirin (Genbei); produzione: Shochiku; uscita in Giappone: 16 maggio 2015; durata: 143’.

