RECORD OF A MARATHON RUNNER (Aru marasonran’nā no kiroku, KUROKI Kazuo, 1964)
SPECIALE GANBARE! SPORT E CINEMA
di Matteo Boscarol

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Grazie al suo peculiare tono monotono e grigio, Record of a Marathon Runner, rappresenta l’altra faccia delle Olimpiadi di Tokyo del 1964. La fatica e il tedio che stanno dietro all’evento sportivo e agli allenamenti giornalieri, ma anche i giochi di chi rimane quasi anonimo, anche se il protagonista del documentario finirà per avere una prestigiosa carriera che si estenderà fino alle Olimpiadi di Monaco di Baviera nel 1972.
Girato fra il 1963 e il 1964, il documentario segue il percorso di preparazione del maratoneta Kimihara Kenji. Si tratta perlopiù di corse solitarie nella sua città natale di Kitakyūshū sotto cieli plumbei e con lo spettro sempre presente di un possibile infortunio.
Kuroki è un regista che, molto prima di affermarsi come autore in qualche modo associato alla nuova onda del cinema giapponese – Silence Has No Wing (Tobenai chinmoku, 1966) e Ryōma Assassination (Ryōma ansatsu, 1974) sono due delle sue opere più conosciute del periodo – era già un documentarista stimato e innovativo alla Iwanami Productions. Qui, insieme a colleghi come Tsuchimoto Noriaki e Ogawa Shinsuke, diede vita all’Ao no kai (“Il gruppo blu”), un collettivo che cercava di sperimentare e trovare nuove forme espressive attraverso il cinema di non-fiction e che portò alla dipartita di molti di questi nuovi aspiranti cineasti dalla Iwanami per cercare strade creative proprie.
Record of a Marathon Runner è un cosiddetto PR eiga, ovverosia un film commissionato e sponsorizzato da un’azienda, in questo caso fu finanziato dalla Fuji Film ma, paradossalmente, girato quasi interamente su pellicola Eastman Kodak. Per chi volesse approfondire la travagliata produzione del film e conoscere meglio la carriera di Kuroki, questa intervista in inglese dedicata al documentario e altre fasi della sua carriera è una lettura imprescindibile.
Record of a Marathon Runner rappresenta in qualche maniera il rovescio del discorso ufficiale sulle Olimpiadi, quello rappresentato, con risultati artistici straordinari, da Tokyo Olympiad (Tōkyō Orinpikku, 1965) di Ichikawa Kon. Nel lavoro di Kuroki i collegamenti con il grande evento sono ridotti al minimo, se non del tutto assenti; si potrebbe perfino sostenere che il film non parli affatto delle Olimpiadi. Non vediamo infatti né la maratona né le gare olimpiche: la macchina da presa si limita a seguire Kimihara Kenji, che ai Giochi di Tokyo concluderà la maratona all’ottavo posto, durante gli allenamenti e le corse dell’inverno e della primavera del 1963-64, mentre si prepara alla competizione. La storia di Kimihara è una sorta di linea trasversale che passa attraverso il macchinario olimpico per un breve lasso di tempo per poi proseguire verso altri lidi, dimenticata.

Sebbene Kuroki avesse inizialmente concepito il documentario senza voce narrante, al film completato fu aggiunta una narrazione tradizionale, alternata alle parole dello stesso maratoneta e del suo allenatore. Il tono della voce narrante, tuttavia, è così piatto e quasi puramente descrittivo da eliminare qualsiasi enfasi o retorica. Al contrario, ogni elemento, dagli interminabili allenamenti in solitudine all’infortunio al piede e alla successiva riabilitazione, viene mostrato come se fosse un fenomeno naturale, il passaggio di una nuvola o l’acqua che scorre. Privato in questo modo di ogni slancio emotivo, lo stile del film riflette l’atto stesso della corsa così come viene percepito da Kimihara, o almeno come il film lo rappresenta: un gesto meccanico, ripetitivo e privo di un fine apparente. È anche un modo per trasferire sullo schermo i cieli grigi e i paesaggi spenti che fanno da sfondo alla vicenda: la città di Kitakyūshū con le sue periferie industriali spesso battute dalla pioggia, oppure le anonime strade di campagna della prefettura di Kagoshima.
Concentrandosi sull’esperienza dell’allenamento in vista di una competizione e mettendone in risalto la durezza e la solitudine, Kuroki restituisce indirettamente quindi anche il contesto sociale cui appartiene Kimihara: la classe operaia della fortemente industrializzata Kitakyūshū e la vita quotidiana di un atleta prima che la breve ed effimera luce delle Olimpiadi lo porti, per un istante, sotto i riflettori.
Posizionando questo documentario all’interno dell’opera di non fiction del periodo del regista, è interessante notare come qui Kuroki per descrivere l’attività umana della corsa decide di usare uno stile volutamente monotono e “piatto”. Invece, per rappresentare la lavorazione di materiali quali la lana e il rayon in due deliranti cortometraggi sempre legati al periodo in cui si dedicò a film sponsorizzati (visibili qui e qui), adotta uno stile quasi pop e lisergico.
Ritornando a Record of a Marathon Runner, il senso di profonda solitudine del corridore è amplificato dall’uso di una colonna sonora inquietante, dissonante e minimale, nonché da una fotografia che ricorre frequentemente ai campi lunghi per ritrarre l’atleta mentre si allena sulla pista, sulla spiaggia o lungo le strade. Persino nell’unica sequenza in cui Kimihara viene ripreso in primo piano durante la corsa, il monotono disegno sonoro e la circolarità dei suoi movimenti danno vita a una progressione ipnotica che sembra non condurre in alcun luogo. Emblematica, in questo senso, è anche una scena verso la conclusione del film: dopo essersi ristabilito dall’infortunio, Kimihara partecipa a una competizione, la staffetta Asahi, come ultimo frazionista, l’unica vera gara mostrata sullo schermo. Dopo aver vinto e tagliato il traguardo, però, continua a correre ancora per alcuni minuti, tra persone e alberi, come in uno stato di trance, senza una precisa meta.
Il documentario, che è relativamente breve, dura poco più di un’ora, è disponibile sul canale YouTube ufficiale del Science Film Museum (senza sottotitoli).
Titolo originale: Aru marasonran’nā no kiroku (あるマラソンランナーの記録); regia: Kuroki Kazuo; montaggio: Kuroki Kazuo; fotografia: Ezure Takamoto; musiche: Ikeno Sei; illuminazione: Asami Ryōji; ideazione: Fuji Photo Film Co., Ltd.; produzione: Tokyo Cinema; uscita: 1964; durata: 63′.
English Review
Monotonous in its style and grey in the main tones, Record of a Marathon Runner represents the other side of the 1964 Tokyo Olympics. It is a film about the toil and tedium that lie behind a major sporting event and the daily routines of training, but also about the competitions of those who remain almost anonymous, even though the protagonist of the film would enjoy a distinguished career throughout the late 1960s and early 1970s.
The documentary follows marathon runner Kimihara Kenji during his preparation for the Tokyo Olympics. Filmed between 1963 and the first half of 1964, before the Games took place, it consists largely of solitary training runs through his hometown of Kitakyūshū, beneath gray skies and under the constant shadow of a possible injury.
Long before establishing himself as a filmmaker loosely associated with the Japanese New Wave, Silence Has No Wing (Tobenai chinmoku, 1966) and Ryōma Assassination (Ryōma ansatsu, 1974) remain two of his best-known works, Kuroki Kazuo had already earned a reputation as one of the most innovative documentary filmmakers at Iwanami Productions. Together with colleagues such as Tsuchimoto Noriaki and Ogawa Shinsuke, he founded the Ao no kai (Blue Group), a collective dedicated to experimenting with new forms of non-fiction cinema. The group’s activities eventually led many of its members to leave Iwanami in search of greater creative independence.
Record of a Marathon Runner belongs to the tradition of PR eiga, commissioned promotional films financed by corporations. In this case, it was sponsored by Fuji Film, although, somewhat paradoxically, it was shot almost entirely on Eastman Kodak film stock. Anyone interested in learning more about the film’s troubled production history and Kuroki’s career should seek out this excellent English-language interview devoted to the documentary and other stages of his filmmaking.
In many ways, Record of a Marathon Runner functions as the reverse side of the official discourse surrounding the Olympics, represented, albeit with extraordinary artistic results, by Ichikawa Kon’s Tokyo Olympiad (Tōkyō Orinpikku, 1965). In Kuroki’s film, references to the Olympic games are reduced to the bare minimum, if not eliminated altogether. One could even argue that the film is not really about the Olympics at all. We never see the marathon itself or any Olympic competition. Instead, the camera simply follows Kimihara—who would eventually finish eighth in the Tokyo marathon—through his winter and spring training sessions of 1963–64 as he prepares for the event. Kimihara’s story becomes a kind of transversal line that briefly intersects with the vast Olympic machine before moving on, ultimately forgotten.

Although Kuroki originally conceived the documentary without narration, a conventional voice-over was added to the completed film, alternating with remarks by Kimihara himself and his coach. Yet the narrator’s delivery is so flat, restrained, and almost purely descriptive that it strips the film of any sense of excitement or rhetorical flourish. Every aspect of Kimihara’s experience, from the endless solitary training sessions to his foot injury and subsequent rehabilitation, is presented as though it were a natural phenomenon, no more dramatic than clouds drifting across the sky or water flowing downstream. Deprived of emotional emphasis, the film’s style mirrors the very act of running as Kimihara experiences it, or, more precisely, as the film imagines him experiencing it: a mechanical, repetitive gesture seemingly devoid of any purpose. This aesthetic choice also translates the grey skies and muted landscapes into cinematic form: the industrial outskirts of Kitakyūshū, often soaked by rain, and the anonymous country roads of Kagoshima Prefecture.
By concentrating on the experience of training rather than competition, and by foregrounding its hardship and loneliness, Kuroki also indirectly evokes Kimihara’s social background: the working-class environment of heavily industrialized Kitakyūshū and the everyday existence of an athlete before the brief, fleeting spotlight of the Olympic Games illuminates him, if only for a moment.
Placed within Kuroki’s broader body of non-fiction work from this period, the documentary reveals an intriguing stylistic contrast. Here, in depicting the human activity of running, he deliberately adopts a monotonous, almost affectless visual style. Yet in two equally sponsored short films (here and here) devoted to the processing of wool and rayon, both made during the same period, he embraces an almost pop-art, even psychedelic aesthetic.
Returning to Record of a Marathon Runner, the runner’s profound solitude is intensified by an unsettling, dissonant, minimalist score and by cinematography that frequently relies on long shots, placing Kimihara within the vast spaces of athletic tracks, beaches, and empty roads. Even the film’s only close-up of Kimihara while running becomes strangely hypnotic: the monotonous sound design and the circular rhythm of his movements on the track create the impression of an endless motion without final destination. This idea reaches its culmination in a striking sequence near the end of the film. Having recovered from his injury, Kimihara competes in the Asahi Relay as the anchor runner, the only actual race shown in the documentary. Yet after crossing the finish line in first place, he continues running for several minutes, weaving among trees and spectators as though in a trance, with no destination.
Despite its modest running time of just over an hour, Record of a Marathon Runner remains one of the most fascinating documentaries produced in Japan during the lead-up to the 1964 Olympics. It is available to watch, without subtitles, on the official YouTube channel of the Science Film Museum.
Original title: Aru marasonran’nā no kiroku (あるマラソンランナーの記録); director: Kuroki Kazuo; editing: Kuroki Kazuo; cinematography: Ezure Takamoto; music: Ikeno Sei; sound: Katō Ichirō; lighting: Asami Ryōji; planning: Fuji Photo Film Co., Ltd.; production: Tokyo Cinema; distribution: Tokyo Cinema; release: 1964; running time: 63 min.
