SUMO: SPIRIT WEIGHS NOTHING (Erik SHIRAI, 2026)
Mostra del Cinema di Venezia 2026
di Fabio Canessa

“Non sono artisti, non sono atleti, sono guerrieri”. Si chiude con queste parole il documentario del nippo-americano Erik Shirai che esplora il mondo del sumo, governato da rituali secolari e una disciplina ferrea, attraverso le storie di quattro lottatori di diverse età e posizione: guerrieri contemporanei che tra fisicità e spiritualità incarnano l’onore nazionale. Tra i titoli della sezione Venezia Spotlight.
Terunofuji Haruo, grande campione arrivato sino al grado massimo di yokozuna. Hiradoumi Yūki, stella nascente che sta scalando la classifica. Yonezawaryū Daiki, giovane promessa dalle invidiabili doti atletiche, Motomura Kōsei, talentuoso adolescente dal fisico minuto. Sono loro i protagonisti, seguiti per circa un anno tra tornei, allenamenti e vita quotidiana.
Il sumo, viene sottolineato subito nel documentario, sta vivendo un momento di crisi per il calo del numero di giovani interessati a diventare lottatori. I professionisti oggi sono circa seicento, poco più della metà rispetto agli inizi degli anni Novanta quando il movimento stava vivendo un’epoca d’oro. Periodo nel quale ha visto la luce anche il film più noto sullo sport nazionale giapponese: la commedia Sumo Do, Sumo Don’t (Shiko funjatta, 1992) scritta e diretta da Suo Masayuki.
D’altra parte l’antica disciplina di combattimento, tra i simboli culturali del Paese del Sol Levante, sembra godere di una crescente popolarità internazionale con sempre più turisti interessati ad assistere a incontri e visitare le palestre durante il soggiorno in Giappone, grandi eventi organizzati in Europa (di recente si è svolto un torneo a Parigi), il successo della serie Netflix Sanctuary (2023) che racconta l’ambiente del sumo concentrandosi su un giovane ribelle entrato in una scuderia di lottatori. Il documentario di Shirai offre un accesso ravvicinato a questo mondo, senza l’enfasi della fiction. Gli incontri sono quasi despettacolarizzati, mostrati nella loro brevità. Una manciata di secondi, normalmente, dietro i quali c’è però un infinito lavoro di preparazione.
Il focus è sugli allenamenti, i sacrifici fisici e psicologici affrontati dai lottatori. La forzata dieta ipercalorica, gli infortuni, i problemi articolari e non solo, con un’aspettativa di vita ridotta fino a vent’anni in meno rispetto alla media della popolazione. Il prezzo da pagare è alto. Lo sa bene Terunofuji Haruo, campione di origine mongola arrivato sino al leggendario grado di yokozuna e come tale considerato quasi una divinità shintoista per il legame tra il sumo e la religione giapponese. A 33 anni con le ginocchia a pezzi e il diabete a complicare le sue condizioni, è arrivato il momento di smettere. Il documentario ritrae in qualche modo la sua last dance, mentre segue tra alti e bassi il percorso di Hiradoumi Yūki, classe Duemila visto come un astro nascente, di Yonezawaryū Daiki, promessa la cui ascesa è frenata da una certa insicurezza, e di Motomura Kōsei, minuto lottatore soprannominato il Piccolo Gigante per la sua determinazione nell’affrontare avversari pesanti anche più del doppio dei suoi 70 chili (nel sumo non ci sono categorie di peso).
Ne viene fuori un apprezzabile ritratto di una disciplina, per scarsa conoscenza spesso vista semplicemente come sport per uomini grassi, dalle origini millenarie. Anche grazie a una bella cura visiva, con sequenze a colori e altre in bianco e nero dalle sfumature seppia che trasportano i lottatori in una dimensione senza tempo. Nel mito, come guerrieri leggendari.
Titolo: Sumo: Spirit Weighs Nothing; regia: Erik Shirai; fotografia: Hara Hiroshi, Erik Shirai; montaggio: Frederick Shanahan; musica: Rutger Hoedemaekers; interpreti: Terunofuji Haruo, Hiradoumi Yūki, Yonezawaryū Daiki, Motomura Kōsei; produzione: Giappone, Stati Uniti; anteprima: Mostra del Cinema di Venezia, 3 settembre 2026; durata: 99’.
