KŌJI YAKUSHO: PERFECT ROLES
Speciale Far East Film Festival 2026
di Paolo Torino

Al Far East Film Festival 2026 è andata in scena una rassegna cinematografica dedicata all’attore giapponese Kōji Yakusho, una selezione che restituisce uno spaccato di una carriera lunga quarantotto anni. E se questi quarantotto anni fossero in realtà la storia di un unico personaggio? La storia di un uomo comune che, dopo essere stato inghiottito dalla nevrosi, dal disincanto e dalle contraddizioni della modernità, giunge infine a una forma di serena accettazione del mondo, riscoprendo il valore delle piccole cose e degli attimi che compongono l’esistenza?
Come si è visto, la carriera dell’attore ha attraversato e rappresentato le diverse declinazioni della mascolinità giapponese: dall’uomo ordinario a quello nevrotico, dal gangster al guerriero, passando dai turbamenti erotici ai drammi più profondi. A orientare questo percorso sono stati autori di primo piano quali Kiyoshi Kurosawa, Miike Takashi, Imamura Shōhei, Itami Jūzo e Wim Wenders.
Questi ultimi hanno potuto giovare dell’abilità e del talento di Koji, poiché il tratto distintivo dell’attore risiede nella sua capacità di mettersi costantemente al servizio dell’opera: mai sopra il racconto, mai sopra la regia, mai sopra gli altri interpreti. Una disposizione che si traduce in un raro talento mimetico, grazie al quale ha saputo abitare ogni ruolo con assoluta naturalezza, recitando — per usare le parole di Pier Paolo Pasolini su Claudia Cardinale — «agli angoli degli occhi» e modulando con la stessa precisione i registri più sommessi e quelli più tormentati, senza mai attenuare la forza della propria presenza scenica.
Si pensi a Cure, assente dalla rassegna del FEFF, in cui Kōji Yakusho interpreta un detective progressivamente risucchiato da una spirale di follia fino a trasformarsi nel mostro che dà la caccia, incarnando al contempo un’allegoria della crisi esistenziale del salaryman giapponese. Nello stesso 1997, anno in cui il cinema nipponico conquista i maggiori festival internazionali — con L’anguilla (Unagi) di Shohei Imamura premiato a Cannes e Hanabi di Takeshi Kitano vincitore del Leone d’Oro a Venezia — Yakusho prosegue la sua esplorazione delle inquietudini dell’uomo giapponese proprio con L’anguilla. Per certi aspetti, il film di Imamura sembra quasi una risposta speculare a Cure: se il protagonista del film di Kiyoshi Kurosawa soccombe alla disgregazione della propria identità, quello de L’anguilla tenta invece di ricostruirla dopo il trauma e la colpa. Questa traiettoria trova un approdo quasi opposto negli ultimi lavori dell’attore, come Perfect Days (2022) di Wim Wenders, dove il tormento lascia spazio a una serena riscoperta dei piccoli piaceri quotidiani e del significato nascosto nelle cose più semplici.
Il passaggio dai personaggi tormentati di Cure e L’anguilla alla serena quotidianità di Perfect Days non rappresenta però un’anomalia nella carriera di Kōji Yakusho. Al contrario, sembra inscriversi in una traiettoria comune a molti artisti dalla lunga carriera, siano essi attori o registi. Con il passare degli anni, la tensione conflittuale che animava le opere della maturità lascia spesso spazio a uno sguardo più riconciliato nei confronti del mondo: non una resa, ma una diversa forma di confronto, più contemplativa e meno combattiva. È un percorso che si ritrova, per esempio, in Clint Eastwood e nel suo Cry Macho (2021), il cui finale mostra il protagonista scegliere la quiete degli affetti anziché l’avventura e il conflitto; oppure in Kurosawa Akira che nelle opere della tarda maturità come Dreams (Yume, 1990) e Madadayo (1993) abbandona gran parte dell’impeto epico e bellicoso dei decenni precedenti per interrogarsi sul rapporto tra l’uomo, la memoria e la natura. In questa prospettiva, Perfect Days appare come l’approdo naturale di un percorso artistico che, dopo aver esplorato le inquietudini e le contraddizioni dell’uomo giapponese, approda infine a una forma di pacata accettazione del mondo.
Forse è questo il destino dei grandi interpreti: passare una vita a combattere contro i fantasmi del proprio tempo per poi imparare a osservarli con serenità. In Perfect Days, il sorriso appena accennato di Yakusho davanti a un raggio di sole filtrato tra gli alberi vale quanto le esplosioni di rabbia, le nevrosi e i tormenti che hanno attraversato la sua filmografia. È il punto d’arrivo di un percorso artistico lungo mezzo secolo, e forse anche la sua lezione più preziosa: non la vittoria sul caos, ma la capacità di accoglierlo come parte della vita.

